21 marzo 2025 – Ieri sera si è tenuto il secondo seminario della Schola di Alta Formazione Politica, promossa da MEDinLUCANIA, a seguito dell’incontro inaugurale sul tema “Globalizzazione e Cultura Popolare”. L’evento, introdotto dal funzionario europeo Dino Nicola, fondatore di MEDinLUCANIA, ha visto come relatore principale il prof. Antonio Martone (docente di Filosofia Politica, Università di Salerno), in dialogo con il dott. Gerardo Lisco e il dott. Ezio Lavorano, entrambi impegnati in ambito di ricerca socio-politica e storica.
Il “fantasma della purezza” e l’illusione del riscatto
Il prof. Martone ha aperto la sua relazione tratteggiando un parallelo fra il sistema alimentare contemporaneo e la società che vi soggiace:
- Da una parte, l’industria alimentare che, pur di sostenere un consumismo bulimico, ricorre a pesticidi e additivi, mentre propone in modo retorico cibi “bio”, “vegan” o “chilometro zero” come possibili antidoti al veleno di massa. Il “fantasma della purezza” è dunque la nostra ricerca ossessiva di un cibo sano, spesso trasformata in un mercato di nicchia che alimenta nuove disuguaglianze.
- Dall’altra, su un piano squisitamente politico, si moltiplicano le battaglie linguistiche o morali che, sebbene possano avere un’intenzione inclusiva, rischiano di divenire una forma di marketing dell’“autenticità” e del “politicamente corretto”, senza mai toccare davvero i meccanismi profondi del potere neoliberale.
In entrambi i casi, ha evidenziato Martone, si crea un contrasto fra i nuovi modelli di consumo (alimentare o ideologico) e la reale trasformazione del sistema, che di fatto resta invariato. Questo binomio produce forme di illusione o “vetrine” di progresso che non incidono sulle cause strutturali della disuguaglianza e dell’ingiustizia sociale.
Le due città: ECity e NoCity
Per illustrare la polarizzazione crescente, Martone ha parlato di due “città” parallele e incolmabilmente opposte:
- La città del benessere, high-tech, globale, dominata dalle reti informatiche e dal capitale, con i suoi nuovi “baroni tecnologici” e i processi di concentrazione di potere.
- La città dell’emarginazione, dove si accumulano precarietà e rifiuti, fenomeni di “apartheid” sociale, periferie abbandonate e precarizzazione del lavoro.
In questa duplice realtà, il sistema neoliberale funziona nonostante le evidenti contraddizioni, sostenuto da un soft power che disinnesca la critica radicale e canalizza il dissenso in forme marginali. Qui, è ancora una volta cruciale l’illusione: un “progressismo apparente” che non scalfisce la crescente disuguaglianza. La crisi ambientale, poi, mostra come i costi dell’inquinamento ricadano sulle aree più deboli, mentre i privilegiati continuano a consumare in modo incontrollato.
Il percorso filosofico: da Hobbes a Tocqueville, passando per Rousseau e Weber
Un punto di forza della relazione è stato il richiamo genealogico alle basi teoriche della modernità, per dimostrare come la tensione tra individualismo e uguaglianza sia inscritta nel Dna del mondo moderno:
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Thomas Hobbes: partendo dal “Leviatano”, Martone ha ricordato che la modernità definisce l’individuo come essere naturalmente uguale agli altri, ma “uguale” significa, in Hobbes, capace di infliggere morte o subirla. Ne deriva una conflittualità costante, una “guerra di tutti contro tutti” che lo Stato sovrano cerca di placare, producendo al tempo stesso un’assolutizzazione del potere e un’uguaglianza puramente formale.
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Jean-Jacques Rousseau: desideroso di salvare la libertà e l’uguaglianza naturali, s’imbatte nel problema delle “volontà particolari” — retaggio di una corruzione storica che rende improbabile la vera democrazia. Martone ha sottolineato che Rousseau ammette la quasi impossibilità di una realizzazione concreta della volontà generale, lasciando così una “ferita aperta” nel suo progetto di democrazia radicale.
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Alexis de Tocqueville: la corsa inarrestabile all’uguaglianza può sfociare in un “dispotismo di nuovo tipo”, ossia un controllo dolce e paternalistico che riduce la partecipazione politica a delega passiva. Martone vede qui un’anticipazione profetica dei meccanismi di sorveglianza e manipolazione dei nostri tempi.
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Max Weber: la burocrazia moderna diventa “gabbia d’acciaio” e la razionalità strumentale domina i rapporti sociali. Pur in un contesto di formale uguaglianza giuridica, il potere amministrativo-accentrato consolida disuguaglianze reali.
Il capitalismo digitale e il “dispotismo morbido”
Trasportando queste premesse nella contemporaneità, Martone ha evidenziato come il neoliberismo e la digitalizzazione amplifichino il fenomeno:
- Le piattaforme digitali (Facebook, Google, Amazon) non solo controllano i dati e le scelte d’acquisto, ma iniziano a plasmare completamente i comportamenti, producendo una “sorveglianza invisibile” e nuove gerarchie di potere.
- La promessa di una democratizzazione via social media si è tradotta, nella maggior parte dei casi, in polarizzazione e radicalizzazione, alimentate da algoritmi che favoriscono la competizione e l’autopromozione costante.
- La precarizzazione del lavoro — resa possibile dalle piattaforme — si intreccia con la sfera della vita privata, dove l’individuo diventa un “imprenditore di sé”, in perenne tensione tra desiderio di successo e timore del fallimento.
Proprio qui, Martone introduce la nozione di un controllo “soft”, una forma di dispotismo in cui l’autosfruttamento e l’auto-ottimizzazione diventano il vero ingranaggio del sistema. In apparenza “tutti liberi”, nella pratica intrappolati da regole invisibili, algoritmi e precarietà.
Lo scarto tra principi e realtà: l’uguaglianza mancata
Il seminario ha poi messo in risalto una contraddizione cardine della modernità: l’uguaglianza rimane una stella polare, ma la sua effettività è quotidianamente minata da meccanismi economici e tecnici. L’approccio formale dei diritti di libertà non basta più a garantire una partecipazione sostanziale, soprattutto quando lo spazio pubblico è frammentato e ridotto a nicchie virtuali governate dalle logiche di mercato.
Per Martone, la crisi climatica è la cartina di tornasole: il pianeta è limitato, ma la cultura dell’“illimitato” sopravvive in molte forme. Servirebbe, allora, una “riforma del pensiero”, un ritorno a categorie che riconoscano l’interdipendenza e la necessità di un ethos collettivo, sottraendo all’individualismo il suo carattere totalizzante.
Verso un nuovo patto democratico
In conclusione, il prof. Martone ha auspicato la riscoperta di una democrazia sostanziale, con istituzioni rinnovate e maggiore formazione civica:
- Superare la visione dell’individuo isolato, privo di relazioni comunitarie solide.
- Ripensare l’uguaglianza in termini di capabilities (seguendo Amartya Sen): la “libertà di fare” concreta, invece di una “libertà formale” svuotata.
- Contrastare la concentrazione oligarchica di risorse (capitalismo finanziario, piattaforme digitali) con modelli di autentica partecipazione e ridistribuzione ecologica.
- Uscire dalla logica di un “politicamente corretto” che, spesso, è più vicino al marketing e all’emozione virale che alla trasformazione dei rapporti di forza.
L’avvio del dibattito: la crisi della democrazia e la digitalizzazione
A fine relazione, il dott. Ezio Lavorano ha preso la parola per avviare il dibattito, soffermandosi sulla “crisi della democrazia” delineata dal prof. Martone in varie forme, acuita dai processi di digitalizzazione. In particolare, Lavorano ha interrogato il professore: «Professore, come usciamo da questa compressione?». Un interrogativo che ha aperto un confronto sulle possibili strategie di superamento della “trappola individualistica” e del controllo esercitato dal capitalismo digitale.
Gerardo Lisco ha raccolto questa sollecitazione, analizzando come il neoliberismo, di fronte alla crisi delle forme democratiche tradizionali, scelga di limitare la partecipazione al voto, rispondendo alla crisi stessa con una riduzione dell’impegno elettorale. Lisco ha citato la linea di pensiero di Jason Brennan, per cui l’assetto liberale preferirebbe una sorta di “epistocrazia”, scoraggiando gli elettori meno competenti o meno motivati.
Liste bloccate e sfiducia politica: i nodi concreti
Ezio Lavorano ha poi posto la questione delle liste elettorali bloccate, un meccanismo che non consente al cittadino di scegliere direttamente i propri rappresentanti, ma impone nomi già decisi dai vertici di partito. È questa, ha chiesto Lavorano, una limitazione ulteriore dell’effettiva sovranità popolare?
Gerardo Lisco, a sua volta, ha sottolineato come, negli ultimi anni, sia avvenuta una “narrazione” che ha disincentivato la partecipazione elettorale, partendo dalla critica corrosiva verso la classe politica, accusata di corruzione e inefficienza. Tale rappresentazione – spesso supportata dai media – avrebbe alimentato una diffusa sfiducia e una drastica riduzione di votanti. “Oggi non abbiamo più partiti politici in senso tradizionale,” ha detto Lisco, “ma solo cartelli elettorali, e i protagonisti non sono più politici bensì imprenditori della politica.”
Lavorano ha infine rilanciato il tema, evidenziando il “cortocircuito sistemico” di un sistema elettorale che, bypassando la mediazione con l’elettorato, ignora i bisogni e la volontà reale della popolazione. L’assenza di un vincolo di rappresentatività favorisce il disallineamento fra istituzioni e territorio.
L’intervento del prof. Martone: la radice del problema
A fronte di queste posizioni, il prof. Antonio Martone è intervenuto per sostenere che entrambe le diagnosi – quella di Lavorano e quella di Lisco – siano comprensibilmente parte di un nodo più profondo. Oggi assistiamo a una sorta di “privatizzazione della questione politica”, dove si perde la dimensione collettiva e territoriale, e la partecipazione diviene un fatto “spontaneistico” o “opportunistico” privo di reali legami con la democrazia sostanziale.
Martone ha posto la domanda: “È davvero interesse dell’attuale sistema ricostruire un discorso e una proposta politica di spessore?” O piuttosto, ci troviamo di fronte a una strategia sistemica mirata a limitare la rappresentanza popolare? Ha poi ricordato che, in fondo, il rapporto tra oligarchie e “basi democratiche” è un meccanismo centrale da studiare: “Non stiamo vivendo i connotati di un sistema democratico pieno”, ha affermato, rilanciando la riflessione avanzata da Lisco sulla distinzione tra liberalismo e democrazia, e sulle contraddizioni che questa convivenza genera.
La Schola di Alta Formazione come laboratorio culturale “controcorrente”
La serata si è conclusa con ulteriori domande e interventi dal pubblico, che hanno evidenziato l’urgenza di capire se esistano spazi per invertire la tendenza all’astensionismo, per restituire ai cittadini la sensazione di incidere davvero nelle scelte collettive. I presenti hanno lodato la formula “Schola di Alta Formazione Politica”, dove la complessità dei temi non è un ostacolo bensì un’opportunità di confronto costruttivo.
La gratuità dell’iniziativa è stata sottolineata da molti come “un segno di resistenza culturale” a un tempo permeato da un diffuso disimpegno. “Malgrado le contraddizioni che ci circondano,” ha concluso Dino Nicola, “la libertà e la cultura trovano sempre un modo per esprimersi e dare voce a idee alternative, purché si resti aperti al dialogo e al rispetto reciproco.”
Link al video e appuntamenti futuri
Per chi volesse approfondire i contenuti di questa seconda serata, è disponibile il video integrale sul canale ufficiale di MEDinLUCANIA (LinkYouTube qui – Regia di Michelangelo Tarasco). La Schola di Alta Formazione Politica proseguirà nelle prossime settimane con ulteriori incontri, offrendo spazi di riflessione ad alto livello su temi di attualità che spaziano dall’economia alla sociologia, dalla filosofia politica alla gestione del territorio.
Il prossimo appuntamento è previsto il 10 aprile con un seminario sulla genesi dell’individualismo proprietario a cura di Gerardo Lisco.
L’incontro di ieri ha mostrato come la crisi della democrazia e l’individualismo esasperato del nostro tempo emergano da radici profonde, ma si manifestino oggi con forme nuove, agevolate dall’era digitale. Eppure, nel dibattito sono affiorate anche proposte e speranze: dallo stimolo a ripensare i sistemi elettorali e la comunicazione politica, al recupero di una partecipazione “reale”, basata sul contatto diretto coi territori e le comunità. Segno che, dietro ai “demoni dell’uguaglianza”, si cela forse la possibilità di una rinnovata passione collettiva per la democrazia.