“Noi uomini contro la violenza di genere non facciamo e non diciamo abbastanza”. Con queste parole, la ministra per il Sud Mara Carfagna ha lanciato un appello forte, che punta il dito contro l’assenza – o la timidezza – maschile nel contrasto a un fenomeno radicato e persistente come la violenza sulle donne.
Un’esortazione che arriva in un momento in cui il dibattito pubblico è segnato da nuovi casi di femminicidio e da numeri che continuano a raccontare una realtà inquietante: nel 2023, secondo l’Istat, in Italia sono state uccise 102 donne, di cui il 86% in ambito familiare o affettivo. Dietro ogni dato, c’è una storia. E dietro ogni silenzio, una responsabilità.
Non basta più indignarsi
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di sensibilizzazione, dalle campagne social agli spot istituzionali. Ma spesso, la partecipazione maschile resta limitata a condivisioni simboliche o prese di posizione episodiche.
Eppure, come ricordano da tempo diverse associazioni – da Maschile Plurale a Il Giardino degli Uomini – la lotta alla violenza di genere non può essere lasciata solo alle donne. È un problema culturale che riguarda tutti. E gli uomini, soprattutto, hanno il dovere di interrogarsi e intervenire nei contesti quotidiani: a scuola, sul lavoro, nei gruppi di amici.
Educare, parlare, intervenire
L’educazione è uno degli strumenti fondamentali per contrastare la violenza di genere. E non si tratta solo di introdurre nozioni teoriche: serve una formazione concreta e trasversale. Le scuole, in particolare, giocano un ruolo cruciale. “Il rispetto e la parità devono diventare parte integrante dell’educazione civica”, sottolineano molti esperti.
Le parole contano. E contano anche i silenzi. Quando una battuta sessista viene ignorata, quando un insulto viene minimizzato, quando una gelosia morbosa viene confusa con l’amore, si alimenta quel clima culturale che può trasformarsi in violenza.
Dal simbolico al concreto
Accanto alla prevenzione culturale, resta fondamentale l’aspetto normativo. Servono pene adeguate per chi commette violenza, ma anche percorsi di recupero per chi la esercita, e strumenti di ascolto per le vittime. In parallelo, è necessario investire in formazione per insegnanti, genitori e operatori sociali.
In Italia esistono già esperienze positive, ma spesso sono frammentate e poco sostenute. La sfida è trasformare l’eccezione in norma, e fare in modo che ogni intervento – educativo, sociale, istituzionale – parli lo stesso linguaggio: quello del rispetto.
Il cambiamento parte anche da noi
Essere uomini contro la violenza significa assumersi una responsabilità quotidiana: non restare a guardare, non voltarsi dall’altra parte. Significa parlare nei luoghi dove si è sempre taciuto: nelle palestre, nei bar, negli spogliatoi, nei gruppi WhatsApp.
Come ricordava Edmund Burke, “il male trionfa quando i buoni tacciono”. Oggi, più che mai, serve che gli uomini buoni parlino. E agiscano.